Il paesaggio Ibleo come luogo dell'anima, attraverso gli occhi di un fotografo
Pubblicato da Felice Placenti in Paesaggio · 21 Marzo 2026
Tags: blog, conferenza, settimanadell'ambiente, castellodidonnafugata, ragusa, paesaggio, iblei, paesaggioibleo, letteratura, fotografia, maestridellafotografia
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Testo della conferenza che ho tenuto il 24 Maggio 2024 nel Castello di Donnafugata (RG),
in occasione della Settimana dell'Ambiente organizzata dal Libero Consorzio Comunale di Ragusa.
Quando mi è stato proposto di tenere una conferenza per questo importante evento mi sono chiesto per un po' quale potesse essere il tema da trattare. Sapevo che si sarebbe trattato di fotografia e spesso ho tenuto conferenze riguardanti la fotografia di alberi e boschi. Per questa occasione avevo deciso, invece, che avrei parlato di qualcosa di diverso.
Devo confessare che da un po' di tempo mi frullava per la testa l'idea di affrontare un tema a me molto caro: quello del paesaggio inteso come "luogo dell'anima". Forse perché sin da ragazzino mi ispira l'approccio evocativo dei maestri della fotografia di paesaggio e la descrizione dei paesaggi nostrani lasciataci dai letterati che hanno decantato la nostra terra.
Ed è un argomento la cui trattazione oggi, sommersi da milioni di immagini "anonime", diventa sempre più importante, ma ancora più impellente se consideriamo che lentamente stiamo perdendo il paesaggio, bene culturale, letteralmente sommerso da pale eoliche e pannelli fotovoltaici!
Recentemente mi sono ritrovato a chiedermi quante fotografie vengano pubblicate su Internet ogni giorno.
Bene, ho scoperto che è possibile stimare in quasi un miliardo le fotografie immesse in rete ogni giorno in tutto il mondo. Di queste circa il 10% riguarda i paesaggi, quindi cento milioni, foto più, foto meno! Davvero impressionante!
Il problema è che di queste foto, quelle ben fatte, e capaci al tempo stesso di raccontare qualcosa, rappresentano una frazione infinitesima!
Questa bulimia di immagini anonime e spesso inutili, porta la gran massa dei fotografi a ritenere superfluo ogni sforzo teso a migliorare la capacità della fotografia di comunicare qualcosa. Eppure, come vedremo, "fotografare" significa "scrivere con la luce". "Scrivere", dunque "comunicare".
Che fine ha fatto l'eredità lasciataci dai maestri del paesaggio? C'è sotto la cenere un po' di brace ancora ardente?
Voglio leggervi un paio di citazioni letterarie...
"...Penso a quell'ora dolce del tramonto, quando l'ultimo raggio indora le nevi della montagna e il fumo svolgesi dai casolari, e le campane degli armenti risuonano nella valle, e la campagna si nasconde lentamente nella notte.
Penso a quell'ora calda di luglio quando il sole inonda la pianura riarsa, e il cielo fosco di caldura sembra pesare sulla terra e il grillo sulle stoppie canta la canzone dell'ora silenziosa.
Penso alle notti profonde, alle lucciole innamorate, al coro dei vendemmiatori, al rumore lontano dei carri che sfilano nella pianura odorosa di fieno, ai cespugli immobili e neri come spettri nel raggio misterioso della luna..."
Passato - Giovanni Verga, 1883
"...la realtà è così complessa e diretta che comprende tutto come un composto di cui si ignorino gli ingredienti, ma se ne subisce l'effetto. E l'effetto è uno solo; in segreto ti dici, ma può esserci al mondo un paese più bello della Sicilia?"
Un'isola verde intorno all'Etna (da "Sicilia mia") - Cesare Brandi, 1978

Entrambe le citazioni parlano della Sicilia.
La prima è di un siciliano doc, Giovanni Verga (le presentazioni non sono necessarie) ed è tratta da "Passato" una novella nella quale, con un velo di tristezza, il Verga si abbandona ai ricordi della sua terra e ne "piange", in un certo senso, le trasformazioni.
La seconda citazione è del toscano Cesare Brandi, storico e critico dell'arte medievale e moderna, docente, scrittore e giornalista. Un toscano, sì, ma che fu docente anche presso l'Università di Palermo ed ebbe modo di soggiornare a lungo in Sicilia e di ritornarvi frequentemente.
Malgrado le contraddizioni di questa terra, dolce e amara al tempo stesso, se ne innamorò così tanto da scriverne un libro ed intitolarlo, addirittura, "Sicilia mia", cosa che, a detta di chi lo conosceva bene, non avrebbe fatto nemmeno per la sua Toscana!
Verga e Brandi sono solo due dei tanti autori che hanno scritto della Sicilia e ne hanno raccontato, o decantato, i paesaggi.
Verga lo ha fatto da siciliano, con le emozioni che solo un siciliano può provare nei confronti della terra natia. Brandi, invece, lo ha fatto da "straniero", se così possiamo dire, che avendo conosciuto questo "continente nel continente" se ne è impossessato amandola ("Sicilia MIA").
C'è da dire che il paesaggio siciliano ha fatto da scenografia alla storia, all'architettura, all'arte, alla letteratura, ai racconti di viaggio... e lo ha fatto prepotentemente, con la sua struggente bellezza, con la sua selvaggia genuinità.
Terra dolce e amara, come dicevo prima, ma il cui fascino è stato declamato da poeti e pittori di tutti i tempi.

Josef Langl - Siracusa (da Internet)
Pensiamo all'epopea del Grand Tour, quando in Sicilia affluirono artisti, letterati, scienziati, uomini di cultura, provenienti da tutta Europa (e non solo):
Per Johann Wolfgang von Goethe la Sicilia è la "chiave di tutto", e ancora "l'Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna".
Per Guy de Maupassant "La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo…".
La Sicilia ha donato infiniti paesaggi da dipingere a Jean Pierre Houel e a Richard de Saint Non.
A questo punto ci si potrebbe chiedere che cosa c'entri tutto questo con la fotografia.
Se il paesaggio è considerato memoria storica degli eventi naturali e umani, luogo in cui sedimentano le storie di una terra e degli uomini che l'hanno plasmata, le tradizioni e i costumi, allora il fotografo paesaggista può assumersi il nobile ruolo di lettore degli infiniti strati che compongono il paesaggio, potendosi paragonare questi strati di memoria alle pagine di un libro. Il risultato di questa operazione sarà sicuramente una Fotografia che consente al paesaggio ritratto di raccontare qualcuna delle sue storie, di descrivere il popolo che lo ha modellato, di dimostrare l'importanza di preservare questa memoria collettiva.
Se per quest'oggi lasciamo da parte i maestri fotografi d'oltre oceano (i vari Ansel Adams, Edward Weston, Sebastiao Salgado, ecc.), possiamo citare, invece, i maestri italiani della fotografia di paesaggio: iniziando dai nostri Ferdinando Scianna e Giuseppe Leone, e poi Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, i Merisio, padre e figlio, Franco Fontana, e ancora Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Francesco Radino, Fulvio Roiter, Mario Giacomelli, Toni Nicolini, ecc., ecc. Fotografi che, nell'era delle pellicole, hanno saputo cogliere l'essenza dei paesaggi italiani e raccontarne financo le trasformazioni, usando un linguaggio poetico che ha pochi riscontri nella fotografia odierna.
Ma che cosa vuol dire tutto questo e come possiamo leggere "fotograficamente" il paesaggio, coglierne lo spirito e cristallizzarlo in un'immagine che sappia raccontarlo?
In una delle ultime interviste, non so se l'ultima, Fulvio Roiter spiegò che "La fotografia è il linguaggio del nostro tempo [...]. E noi fotografi siamo gli interpreti, i narratori speciali dotati di quella sensibilità che ci permette con una sola immagine di poter immortalare l’essenza del fatto. Io fotografo per emozionare, per trasmettere tutto quello che ho dentro."
E allora proviamo ad addentrarci nel concetto di paesaggio come luogo dell'anima o, più semplicemente, di paesaggio dell'anima.
Mi piace ricordare una precisa definizione di paesaggio (perché di definizioni ve ne sono a decine). Questa definizione la trovo molto coerente con gli aspetti del "fare fotografia". Si tratta della definizione redatta dalla Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2000): il paesaggio è "...una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni".
E' una definizione funzionale alla tutela del paesaggio inteso come bene culturale, come è giusto che sia, ma contiene in sé alcuni concetti utili a tracciare un percorso virtuoso per chi voglia fotografare i paesaggi rifacendosi alla tradizione dei maestri.
Il primo concetto che occorre considerare, il più importante, è che il paesaggio non è ciò che ci appare di un territorio ma ciò che di esso si percepisce. Già questo elemento ci spalanca le porte su qualcosa di infinito e al tempo stesso indefinito, direi metafisico, poiché contiene il concetto, dirompente, di "PERCEZIONE". Un infinito che ci rimanda all'"Infinito" di leopardiana memoria ("Sempre caro mi fu quest'ermo colle...") , dove il paesaggio non è solo osservato ma anche e soprattutto "PERCEPITO" e diviene "paesaggio dell'anima", prima ancora che "paesaggio geografico" (sovrumani silenzi, tra questa immensità, e il naufragar m'è dolce in questo mare). Questi paesaggi leopardiani sono, piuttosto, paesaggi interiori, stati d'animo.
E sono paesaggi dell'anima i paesaggi iblei descritti dai nostri poeti, ai quali si potrebbe ISPIRARE il fotografo paesaggista.
Leggiamo la descrizione di Ispica fatta da Capuana in Profumo (1892):
"In alto, in cima alla roccia che scendeva a picco, si scorgevano, illuminati dal sole, i campanili, le cupole delle chiese, le facciate bianche e i tetti scuri di un gruppo di case affacciate proprio all'orlo del precipizio e quasi minaccianti di buttarsi giù; e lucide macchie verdi alberi e cespugli, bagnati dalla pioggia, arrampicati tra le sporgenze dei massi drizzantisi minacciosamente su la pianura. Non si capiva in che modo la carrozza avrebbe potuto salire lassù, tanto roccia, campanili, cupole e case sembravano vicini, da potersi toccare col dito."
Oppure la descrizione di Modica di Bufalino:
"Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera. Non finirei mai di parlarne, di ritornare a specchiarmi in un così tenero miraggio di lontananze…".
Ne "Le città del Mondo" così Vittorini descrive Scicli:
"Questa sorge all'incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo del letto d'una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini. È nell'estremità sud-orientale dell'isola; e chi vi arriva dall'interno se la trova d'un tratto ai piedi, festosa di tetti ammucchiati, di gazze ladre e di scampanii; mentre chi vi arriva venendo dal non lontano litorale la scorge che si annida con diecimila finestre nere in seno a tutta l'altezza della montagna, tra fili serpeggianti di fumo e qua e là il bagliore d'un vetro aperto o chiuso, di colpo, contro il sole...".

Jean Pierre Houel - Fonte Aretusa (da Internet)
Potrei riportare tante altre citazioni, tutte bellissime, ma mi fermo qui. Voglio fare notare come le descrizioni non riportino solo dettagli "FISICI" dei luoghi, dei paesaggi, ma contengano "PERCEZIONI" capaci di sommuovere l'animo.
Però possiamo affermare che queste percezioni sono quasi sempre legate alle caratteristiche naturali dei luoghi. Le città vengono descritte in rapporto, sempre, alla natura della zona.
L'aspetto naturale, oserei dire brutale, orrido, dei Monti Iblei, con le Cave, profonde, dalle pareti ripide, i suoli brulli, rocciosi, di quella stessa roccia da cui sono nati gli edifici e i muri a secco e i terrazzamenti... è una componente quasi onnipresente. Questo è successo per via dello stretto legame che esiste da sempre tra il popolo siciliano e il territorio. Ne sono testimonianza le miriadi di necropoli rupestri sparse ovunque (l'uomo che depone i defunti dentro la roccia...). Un legame che ha pochi eguali in altre parti d'Italia, al punto che pochissimi lembi di territorio siciliano sono rimasti esclusi dalle opere di urbanizzazione, dai segni dell'uomo. Segni antropici ai quali, oggi, si aggiungono con prepotenza le pale eoliche, i mega tralicci della Terna, i campi fotovoltaici, le serre!

Ma torniamo alla nostra definizione di paesaggio.
Il secondo concetto, importante, che vi troviamo è quello di CARATTERE.
La Convenzione ci dice che il paesaggio ha un "carattere". Ogni paesaggio ha un proprio carattere. E questo carattere è definito dalle relazioni che intercorrono fra le forze della natura e la mano dell'uomo, una mano capace di modellare il territorio nel bene o nel male.
E' proprio il carattere di un paesaggio a delinearne la percezione che se ne può avere. Il carattere del paesaggio ne rappresenta la chiave di lettura.
Basti mettere a confronto il paesaggio agrario della provincia di Ragusa con quello della provincia di Siracusa: anche laddove le produzioni agricole e l'orografia sono le stesse, la sistemazione dei paesaggi è diversa. E' diversa la "cura" del territorio, quindi la percezione di esso e del suo popolo, quindi è diverso il paesaggio.
Ora, così come gli enti locali dovrebbero puntare a conoscere questo carattere per preservare, tutelare, il paesaggio e gli strati di memoria sedimentati in esso, allo stesso modo chi volesse fotografarlo dovrebbe imparare a riconoscere tale carattere ed enfatizzarlo: si tratta, insomma, di fare emergere, dagli elementi che potrebbero costituire la composizione di una fotografia, quelli aventi la forza evocativa necessaria a mostrare il carattere del paesaggio e far percepire nell'animo sensazioni ed emozioni. Come leggere una poesia o guardare un dipinto, dove i poeti e gli artisti si sono soffermati proprio sui dettagli capaci di suscitare emozioni.
E allora riporto un'altra citazione, questa volta è di un fotografo, Mario Giacomelli, uno dei maestri italiani della Fotografia del '900. Giacomelli espresse un concetto a me carissimo, che continuo a seguire da una vita e che in mille modi cerco di insegnare: "Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima, c’è un accordo perché la realtà non esca come da una fotocopiatrice, ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio."

Io più volte ho raccontato che se "fotografare" significa "scrivere con la luce", allora il fotografo può essere paragonato a uno scrittore. Che si scriva con la penna o si scriva con la macchina fotografica, l'obiettivo deve essere lo stesso: raccontare, esprimere qualcosa.
E non è mettendo a casaccio le parole e la punteggiatura che lo scrittore riesce a raccontare, non è così che riesce a esprimere ciò che vorrebbe. Insomma, è indispensabile sapere scrivere e possedere l'arte di saper raccontare. Certo, viene da pensare che oggi si è tutti scrittori, così come si è tutti cantanti, tutti attori... tutti fotografi!
Non voglio scoraggiare nessuno ma, certamente, non si tratta solo di saper fotografare. Come ci hanno spiegato Roiter e Giacomelli (e tanti altri maestri), occorre andare oltre le apparenze. Serve tempo.
Gabriele Basilico, altro maestro indiscusso del paesaggio, ha coniato il concetto di "lentezza dello sguardo" per spiegare che la fotografia, tutta, a maggior ragione quella paesaggistica, richiede tempo. Il fotografo dovrebbe riappropriarsi del proprio tempo, controllarne il fluire, sfruttarlo per leggere il paesaggio, conoscerne la storia, anzi, le storie, prendere dimestichezza con le popolazioni che vivono nel territorio, osservare con calma il territorio, analizzarlo, meditare.

Individuare il carattere del paesaggio, svilupparne una percezione "obiettiva", sublimare il tutto in una interpretazione personale ma sempre coerente.
Il paesaggio deve rimanere riconoscibile, solo così è possibile "parlarne", cioè "raccontarlo".
D'altro canto, sugli Iblei non c'è un solo paesaggio ma tanti diversi paesaggi, ognuno col proprio carattere, che necessita la propria chiave di lettura.
Ma c'è anche un altro fattore da dover tenere in considerazione. Se leggiamo o rileggiamo i passi letterari che raccontano il paesaggio vi troviamo sempre un'"atmosfera". Questa è data da una luce particolare o da particolari condizioni meteorologiche. C'è sempre un'atmosfera che ci trasmette sensazioni (caldo, freddo, solitudine, nostalgia, lontananza, il fluire delle stagioni, il passare del tempo, come sentire canti di contadini, dolci scampanii, ecc.); un'atmosfera che rende "vivo" il paesaggio.
A questo proposito ho incominciato a paragonare sempre più il fotografo a un cuoco, oltre che a uno scrittore. Un cuoco che mescola con perizia e amore gli ingredienti di una pietanza. E lo fa nella sequenza giusta (generalmente il soffritto di cipolle si fa prima).
Così, alla base di una fotografia di paesaggio c'è sempre la giusta luce. Sovente questa luce corrisponde a quei momenti della giornata in cui nel paesaggio avvengono importanti trasformazioni: l'alba, il tardo pomeriggio, il tramonto, il temporale, il cielo cosparso di nuvolette. Sono trasformazioni che avvengono anche nell'uomo (prepararsi ad affrontare un nuovo giorno, l'inizio dei lavori nei campi, in fabbrica o in ufficio, il giorno che si appresta a finire, la fine di una giornata lavorativa, il rientro dal lavoro o l'inizio di un nuovo turno, il giorno che si trasforma in notte, le ombre lunghe che danno tridimensionalità al paesaggio, le nuvolette sparse che addolciscono le ombre e ammorbidiscono i contrasti, la luce calda che dona serenità, ecc. ecc.). Ed ecco che il paesaggio incomincia a raccontarsi, incomincia a raccontare storie, una, cento, mille storie.
Mi avvio alle conclusioni.

Mi piacerebbe che questa mia trattazione risuonasse come un invito ad andare in giro per gli Iblei in cerca di paesaggi da fotografare, ma con un occhio attento ad individuarne i caratteri, con quella "lentezza dello sguardo" necessaria a capirli.
Come già detto, possiamo affermare che per il territorio ibleo è sbagliato parlare di "un" paesaggio. Non esiste un solo paesaggio ibleo, ma tantissimi paesaggi iblei. Ognuno di essi ha caratteristiche peculiari, ognuno di essi ha una personale chiave di lettura. Il fotografo che lo osserva lo intuisce bene.
Eppure, in molti testi gli Iblei sono descritti, molto semplicisticamente, come un tavolato calcareo inciso da profonde valli fluviali chiamate "cave". Non v'è dubbio che le cave costituiscano, nell'immaginario collettivo, un elemento caratteristico di forte impatto visivo, ma dove vogliamo mettere le ampie valli fluviali del Tellaro e dell'Irminio, caratterizzate, soprattutto la prima, da dolci colline? Dove vogliamo mettere le colline vulcaniche del settore settentrionale degli Iblei, che sfumano dolcemente verso le piane di Lentini, prima, e di Catania poi? O le colline gessose di Licodia Eubea? Le piane di Vittoria e Gela?
Paesaggi diversi, caratteri diversi, percezioni diverse.
Molte delle novelle del Verga sono ambientate nei Monti Iblei (Vizzini, Francofonte) e nella Piana di Catania (probabilmente la "pianura odorosa di fieno" letta all'inizio - Nanni Lasca, che ricordava il padre - compare Cosimo - che tirava la fune della chiatta, sul Simeto). Ci si innamora di questi paesaggi, ed essi finiscono per diventare luoghi/paesaggi dell'anima.
Spesso il fotografo non capisce subito perché! Come dicevo prima, la fotografia di paesaggio necessita di tempo. E poi, aggiungo, sovente i paesaggi sono complessi, hanno una chiave di lettura complicata, ma l'effetto è lo stesso: diventano comunque paesaggi dell'anima.
Ritornando a Cesare Brandi, nel suo libro, citato in apertura, le prime righe dicono: "Per chi un viaggio in Sicilia non ha rappresentato un premio o quasi il compimento di un voto? L'uomo non ha cessato, neanche nei tempi storici, di favoleggiare sulla Sicilia, che è la terra stessa del mito."
Forse, proprio alla luce di queste ultime considerazioni, potrà apparire più chiaro il senso di quanto scritto da Cesare Brandi (seconda citazione letta all'inizio):
"...la realtà è così complessa e diretta che comprende tutto come un composto di cui si ignorino gli ingredienti, ma se ne subisce l'effetto. E l'effetto è uno solo; in segreto ti dici, ma può esserci al mondo un paese più bello della Sicilia?"
Jean-Pierre Houel - Mofeta dei Palici (da Internet)

Jean-Baptiste Lienard - Fiume Ciane (da Internet)

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